Fusione dei 5 Comuni della Valsamoggia: un Comune unico è meglio di cinque?

15 10 2012

Dalle piazze della Valle, l’attenzione è puntata sullo scontro politico “fusione SI – fusione NO”: si ha l’impressione di assistere ad una proposta di Fusione dettata più da strategie di Partito che da interessi reali della collettività. È come se l’egemonia politica sul territorio fosse divenuta l’obiettivo primario, che giustifica persino un’audace trasformazione amministrativa e gestionale, poverissima di progettazione e di pianificazione. Una trasformazione che prescinde da probabili carenze di rappresentatività, da rapporti sempre più lontani e meno trasparenti tra il cittadino e l’amministrazione, che dimentica la complessità di un territorio esteso su 180 km quadrati, disomogeneo fra aree montane e di pianura e ramificato in una quarantina tra località e frazioni comunali.

Non ci interessa chi governa il territorio ma come ciò avviene. Chiediamo almeno che il governo avvenga nella trasparenza, con partecipazione ed in nome del bene comune, di cui la massima espressione è appunto il territorio sul quale è stato costruito il passato ed il presente e sul quale si dovrà inevitabilmente costruire il nostro futuro.

Una delegazione del Comitato in piazza a Bazzano il 05 ottobre 2012

Purtroppo, sembra che gli sbagli del passato non abbiano insegnato nulla. Dal 1973 ad oggi, Bologna perde 110.000 abitanti. Tale spopolamento ha prodotto un enorme flusso migratorio verso le periferie, con ricadute sulla popolazione di vallata, cresciuta del 2-3% all’anno per 15-20 anni. Così, oggi l’area bazzanese registra un aumento di traffico sulle strade, un peggioramento della qualità dell’aria, maggiori richieste di servizi sociali. Il paesaggio della vallata si degrada sotto una prorompente edilizia abitativa, con miriadi di edifici antiestetici e fuori contesto e una devastante edilizia industriale di capannoni in pseudo-villaggi artigianali, fra aziende agricole ed abitazioni. Nel solo periodo 2003-2008, nell’area bazzanese l’edilizia ha artificializzato 332 ettari di fertile suolo agricolo (dati Regione E.R.).

Ma tutti gli “oneri di urbanizzazione” incamerati dai Comuni dove sono finiti? Buttati al vento? È stato sacrificato territorio agricolo e paesaggio per nulla? Purtroppo sì! La politica di gestione del territorio non ha saputo contenere la voracità di uno “sviluppo” basato sulla cementificazione e sullo sfruttamento del suolo, risorsa non rinnovabile. Oggi si è rotto l’equilibrio urbanistico e servono più servizi e maggiori costi per una popolazione che è cresciuta troppo rapidamente. Le casse comunali, a dispetto degli oneri incassati, ora sono vuote e si vorrebbe risolvere il problema “comprimendo” un tessuto urbano e rurale che non è comprimibile, perchè esteso su 180 km quadrati!

Quello che comunque ci attende, fusione o non fusione, sarà il nuovo PSC di vallata, che prevede 5600 nuove unità abitative in 15 anni per “accogliere” un ulteriore aumento del 30% della popolazione. Se l’unico modello di “sviluppo” di questo territorio passa ancora per il cemento diciamo NO al Comune unico, NO al prolungarsi di una dissennata politica di espansione urbanistica!

Specchietti per allodole come l’ipotesi che il comune unico potrà incidere in modo più forte sulle politiche sanitario-ospedaliere o su quelle scolastiche per un polo medio-superiore, sono pura demagogia. Per l’ospedale di Bazzano è l’Azienda USL di Bologna che decide con piena autonomia le politiche sanitarie ed organizzative dei propri distretti, che sceglie le proprie modalità (anche se sbagliate) di revisione dei costi e dei servizi, in accordo con le linee guida dettate dal servizio sanitario regionale. Per le scuole medie superiori è la Provincia che decide dove e quante farne e non crediamo che ciò possa nè debba dipendere dal numero di “vessilli” comunali appesi ai palazzi. Diciamo NO a promesse vuote e a conti fatti senza l’oste!

Nella proposta di fusione in un “Comune unico con Municipalità distribuite”, la mancanza di un precisa valutazione dei costi di riorganizzazione della macchina amministrativa, a medio-lungo termine, crea forti pericoli. È evidente il rischio che a regime, a fronte di bilanci da far quadrare, la soluzione più facile ed immediata possa essere quella di tagliare i costi di funzionamento, e quindi i servizi, delle municipalità distribuite. Le conseguenze ricadrebbero sui cittadini e sarebbe quasi impossibile fare marcia indietro. Infatti, la legge regionale sul referendum popolare non prevede il quorum partecipativo per la proposta di fusione, mentre lo richiede in caso di scorporo di una porzione di territorio, ovvero nel caso in cui un municipio desideri tornare sui propri passi. Dunque, se sbaglio sarà, sarà senza ritorno e con conseguenze di lungo termine. Forse questo è uno dei motivi che ha spaventato Monte San Pietro, che non salirà sulla stessa “barca” nonostante faccia già parte dell’Unione dei Comuni. Evidentemente per lui l’esperienza con l’Unione non è stata gratificante ed ha già i suoi problemi nel gestire una ventina di frazioni e località. Diciamo NO a trasformazioni irreversibili! 

Indubbiamente i decantati incentivi di finanziamento statale e regionale, pari a 19 milioni di euro in 15 anni, fanno gola, ma sul bilancio annuale del Comune unico contribuiranno per meno del 3%. Nessuno però ha ancora detto come questi soldi pubblici verranno impiegati. Dunque ancora NO a proposte prive di trasparenza! 

Non è con contributi a carico dello Stato e della Regione che si risolvono i problemi strutturali di un bilancio. Contributi che inevitabilmente toglieranno risorse ad altri Comuni, in una lotta fra poveri senza senso, con buona pace della solidarietà fra Enti. Di fronte alla fusione come via d’uscita per risanare il bilancio, sarebbe necessario fornire un progetto di tagli alle spese inutili e di riduzione dei costi. Invece, l’unico risparmio certo è quello sui costi di rappresentanza politica (i consigli comunali), pari a 260.000 euro/anno, appena lo 0.6% del bilancio del Comune unico. Per quanto deludenti siano i risultati dei nostri amministratori, rinunciare anche a questo briciolo di democrazia e di rappresentanza nei palazzi comunali significa allontanare sempre più i cittadini dal governo del territorio.

Non possiamo non essere favorevoli a trasformazioni amministrative volte al miglioramento dei servizi e alla riduzione degli sprechi, ma questa proposta di fusione in un Comune unico è poverissima di progettazione ed espone tutta la vallata a rischi sottovalutati, ovvero: non analizza i possibili scenari di mancata riuscita e le eventuali vie d’uscita; non analizza nè supera i motivi per cui l’Unione dei Comuni non è stata capace di efficientare i servizi erogati al cittadino e di sanare i bilanci tramite l’unificazione di servizi interni; non pone garanzie sull’obiettivo di riduzione della spesa pubblica a medio-lungo termine del Comune unico, nè quantifica il risparmio se non con un misero -0.6% dei costi, a scapito alla rappresentanza politica e democratica. Sono invece prevedibili ma non quantificati i costi di riassetto organizzativo, che assorbiranno tutti gli incentivi statali e regionali erogati forse e al più per 10-15 anni.

NO a una fusione senza progetti per il territorio e per i cittadini!

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19 10 2012
Nadia Bonora

ottima analisi e condivisibile conclusione

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